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Come mental coach a Roma mi sono trovato a vivere in pieno l’emergenza coronavirus, e ora che piano piano si sta ritornando ad una vigile normalità, ad analizzare le principali sensazioni e gli stati d'animo che stiamo vivendo

 Il Coronavirus e le conseguenze comportamentali della quarantena

Cosa ci ha lasciato in eredità la pandemia?

  1. Il timore che possa ripresentarsi, cosa che molti esperti paventano;
  2. Il senso di fragilità;
  3. L’ansia;
  4. Il timore di non riuscire a governare gli eventi;
  5. La percezione di vivere in un mondo definitivamente diverso da quello conosciuto.

 

Per ora fermiamoci qui e procediamo con ordine. 

1) Timore che possa ripresentarsi: è un timore realistico? A sentire gli esperti, si direbbe di sì. Le misure di prevenzione e di controllo dell’infezione in Italia hanno funzionato molto bene, e al momento in cui scrivo, il tasso di contagio è molto basso. Ma non sappiamo cosa stia bollendo in pentola: il “liberi tutti” restituisce in parte al virus la capacità di diffondersi di nuovo, cosa che sapremo fra qualche tempo, quando sarà trascorso il periodo medio di incubazione. È assodato, però, che i nuovi contagi sono meno gravi, oltre che quantitativamente inferiori; e che i sanitari sanno curare meglio i pazienti.

Insomma, ne sappiamo di più e corriamo meno rischi di ammalarci seriamente. Sotto questo profilo possiamo riprendere a fare quello che facevamo, anche se con prudenza. Chi scrive, però, non si occupa di epidemie e non può dirvi più di quanto ogni sera ascoltiamo in tv; piuttosto è interessato professionalmente agli aspetti salienti che residuano da questa esperienza, ovvero

 

2) Senso di fragilità: si tratta di un’emozione negativa che, a partire dal contagio, ci porta a considerarci indifesi e alla mercé di eventi esterni imprevisti e imprevedibili: una sorta di presa di coscienza della finitezza umana. Questa rappresentazione, nuova per gran parte delle persone, genera

 

3) Ansia: l’ansia è uno stato psicofisico caratterizzato da modificazioni della normale fisiologia: accelerazione cardiaca, sudorazione, respirazione affannosa; e da sensazione di imminente pericolo, molto spesso senza che si possa individuarne il genere e la natura (ansia generalizzata). I sintomi fisiologici spesso mancano, lasciando il posto a quelli squisitamente psicologici. Una delle conseguenze dell’ansia è la perdita di lucidità e la ridotta capacità di problem solving. Si può sostenere, quindi, che l’ansia ha una capacità destrutturante sulla persona, tale da indurre quest’ultima a vivere dominata da un pensiero disturbante costante. Va da sé che uno stato ansioso induce il

 

4) Timore di non riuscire a governare gli eventi: normalmente, noi “facciamo accadere le cose” secondo i nostri programmi e i nostri desideri. Chiariamo subito che questo è vero quando ci troviamo ad affrontare le problematiche quotidiane, di lavoro e relazionali, che dipendono soprattutto da noi stessi, ovvero dalle nostre decisioni e dai nostri agiti.

Definiamo “autoefficacia” la capacità di far accadere gli eventi desiderati. Questa “skill” è variamente presente nelle persone; alcuni la posseggono in misura preponderante rispetto alla media: si tratta di soggetti vincenti, dotati di leadership, determinati e volitivi; altri ne posseggono dosi “omeopatiche”: quindi, sono influenzabili e insicuri.

Da cosa dipende tale variabilità? Principalmente dall’autostima. Una forte autostima poggia su alcune credenze positive su di sé, come quella di essere competente; di godere della stima degli altri; di “essere ok”: “non vorrei essere qualcun altro, vorrei essere me”. L’autoefficacia induce, e preserva nel tempo nella persona, la consapevolezza di farcela, non per caso o per fortuna, sol che si tenti una intrapresa.

Ovviamente, tutto questo si basa su prove confortanti dei successi ottenuti che rafforzano il circolo virtuoso autostima-autoefficacia. Appare chiaro, a questo punto, il divario che divide i soggetti autoefficaci da quelli che non lo sono. I primi sono in grado di determinare il tipo di mondo in cui vogliono vivere (al netto di quei mutamenti effettivi dell’ambiente esterno, sociale e naturale, sui quali nessuno potrebbe intervenire, se non con la magìa); gli altri si smarriscono coltivando

 

5) La percezione di vivere in un mondo definitivamente diverso da quello conosciuto: valuto questo argomento particolarmente delicato ed importante. Infatti, il mutamento del contesto ambientale e delle abitudini quotidiane (si pensi all’obbligo di indossare la mascherina, di tenere a distanza il prossimo; si pensi alle file che si formano fuori dagli esercizi commerciali; e a tutto ciò che caratterizza la vita quotidiana in tempi di coronavirus) rappresentano una “perdita” per le persone, del tutto simile ad una separazione da un affetto o ad un lutto. Si tratta di uno stato psicologico in grado di indurre, spesso, attacchi di panico.

Il mondo abituale è rassicurante, in quanto prevedibile, felicemente “scontato”; di più, ordinato.

Il mondo post pandemia è insicuro, sconosciuto, fuori controllo; “disordinato” nel senso di privo dell’ordine che conosciamo. Le persone, che se ne accorgano o meno, si impegnano a mettere ordine nel loro mondo, perché con questo operano una forma di controllo rassicurante. Il controllo è la consapevolezza di chi siamo, di dove siamo, di cosa potrebbe accadere. La probabilità che l’analisi di tale contesto ci restituisca un risultato atteso, è molto alta. Tutto ciò che ci sfugge, al contrario, è ansiogeno, senza confini, fluido (“liquido”, per dirla con Baumann).

 

Come il mental coaching può aiutarti nel mezzo di una pandemia di Coronavirus.

Come l’autoefficacia può influenzare positivamente il ritorno alla normalità? Innanzitutto, il soggetto autoefficace ha una forte consapevolezza di controllo, e questo di per sé risolve gran parte del problema; secondariamente, occorre distinguere la percezione dei fatti dalla realtà dei fatti. È pur vero che ciò che percepiamo coincide con la realtà, quando ci manchi la capacità di distinguere una situazione immaginata, o temuta, da una situazione reale. Il soggetto autoefficace, tuttavia, ha una lucidità e un controllo della situazione che gli conferiscono senso critico e grande capacità di problem solving.

Ne consegue una rapida “elaborazione del lutto” e una efficace programmazione del futuro, condizioni per “normalizzare” un mondo che altri giudica perduto per sempre. L’autoefficacia si apprende; si incrementa; si auto rafforza e induce il benessere.

Il mental coaching è l‘esperienza di maggiore impatto positivo sulla costruzione dell’autoefficacia. Scopri i miei servizi di coaching sia in ambito business che sportivo che ti possono aiutare ad eliminare le cause dello stress, equilibrare lavoro e vita privata e combattere la rabbia.

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Pubblicato in Comunicazione efficace
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