Strategie di ascolto efficace: i messaggi dietro ai messaggi (2-parte)

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Come comunicare in modo efficace: Messaggi dietro ai messaggi (parte 2)

 

Come il cervello processa le informazioni in entrata

Ora abbiamo il materiale, il “minimo sindacale”, per comprendere come un messaggio, conformato in un certo modo, sia in grado di portare informazioni diverse da quelle visibili in superficie. Occorre fare una breve, ma fondamentale, premessa. Noi usiamo, in modo automatico, un sistema personale[3] di credenze, o convinzioni; di valori; di criteri, ovvero di modalità secondo cui i nostri valori si realizzano, che utilizziamo come filtro[4] complesso per prendere decisioni, accettare la contiguità sociale e affettiva di certuni e rifiutare quella di altri; scegliere per chi votare alle elezioni; ed anche di far passare, o tenere fuori dal nostro sistema, informazioni coerenti con la nostra visione del mondo e della vita (la weltanschauung)[5].

Allorché ci raggiunge una certa informazione veicolata attraverso il linguaggio, il nostro sistema funge da guardiano, ovvero mette in atto una forma di vigilanza: se il messaggio è compatibile con la nostra weltanschauung, lo valutiamo, in attesa di includerlo o di scartarlo, altrimenti la teniamo fuori da noi.

L’attività cerebrale che consente questa selezione è di tipo analitico, quindi tipica dell’emisfero sinistro; e per quanto rapido possa essere il processo di selezione, non è immediato né contestuale con la ricezione del messaggio. La scoperta, di grande importanza, è che l’attività cerebrale connessa con la valutazione di un messaggio portatore di una informazione “nuova”, ovvero che non possediamo, si può misurare strumentalmente con la Risonanza Magnetica (RM) e con l’Elettroencefalografia (EEG)[6]. La prima evidenzia un aumentato afflusso di sangue verso certe aree cerebrali coinvolte nel processo; il secondo registra un’attività elettrica incrementata, a testimoniare che la nostra vigilanza è attiva.

Che accade, invece, se il messaggio in entrata ci è già noto? Accade che il nostro cervello lo processa con nonchalance, come si conviene con i buoni conoscenti e le persone di famiglia; la RM e l’EEG indicano che la circostanza è ordinaria, (nessun afflusso massivo di sangue, nessuna particolare attività elettrica), quindi il “guardiano” fa passare il messaggio; e magari saluta anche con deferenza. È quello che accade quando siamo destinatari di un certo messaggio il cui valore informativo sia affidato per intero ad una implicatura: se il messaggio non contiene un’informazione ma un’opinione personale trattata in modo implicito, questa non viene valutata come degna di controllo, proprio per il fatto che il modo implicito è una implicatura; e noi siamo automaticamente orientati a includere le implicature tra le espressioni linguistiche di cui condividiamo il senso con i nostri interlocutori, sulla base di un contratto etico e di una scelta razionale orientata all’economia di parole. Quindi, difficilmente sottoporremmo alla vigilanza del nostro sistema di conoscenze un messaggio del tipo

…la soluzione che il governo ha finalmente trovato per noi…

implicitamente presentata come positiva attraverso i buoni auspici dell’avverbio “finalmente” (convenzione linguistica, v. es. 2). Ciò non toglie che “la soluzione” possa essere giudicata ottima dalla maggioranza dei destinatari; ma il modo corretto, non influenzante, di inviare onestamente il messaggio sarebbe: “Il governo ha trovato la soluzione che ora vi riferisco, e di cui a breve verificheremo il gradimento dei destinatari”. Il problema è il modo, non il contenuto. Una informazione non è un giudizio sugli accadimenti, ma un report.

Chi invia messaggi di questo tipo suggerisce ai suoi interlocutori che l’informazione è già in loro possesso, è già nota, e non va ulteriormente valutata, quindi non occorre difendersi. Di modi di influenzare i destinatari di messaggi attraverso le implicature, la casistica della comunicazione pubblicitaria e politica è ricca in modo smisurato. Vorrei aggiungere, comunque, qualche altro esempio per rendere più chiaro quanto esposto, valutando anche qualche “alleato” delle implicature. Il valore dell’implicito è molto significativo, tanto che le implicature rendono accettabili apparenti violazioni delle massime di cui consta il Principio di Cooperazione. Per esempio:

“È costoso il ristorante in cui hai cenato ieri?

“Accidenti, ho dovuto fare un mutuo!”

Teoricamente, ci troviamo di fronte a una violazione della massima n. 3 (di pertinenza), ma l’implicatura, usata in modo ironico, è una metafora, e come tale viene accolta come fosse una risposta positiva: “sì, il ristorante era molto costoso”. In questo modo, si possono far passare molti messaggi “di contrabbando”, semplicemente fidando nel fatto che le implicature superano indisturbate la soglia critica del sistema di controllo degli interlocutori. Ancora qualche esempio:

La prima volta che ho assaggiato l’amaro X ho finalmente capito cosa occorre per digerire piacevolmente una bella cena”

 

L’espressione “la prima volta” implica che assaggiare l’amaro X è solo la prima di molte altre volte. Sembra molto difficile che, chi riceve questo messaggio, attivi il proprio senso critico pensando “e chi lo dice che ci sarebbero altre volte?”

“Sono qui per rammentarvi che quando il governo ha truffato 20 milioni di contribuenti con quel decreto, noi siamo scesi in piazza a protestare”

che contiene l’implicito “vi ricordo una cosa che già sapete, cioè che quel decreto è truffaldino; non solo, ma che siete parte di 20 milioni di persone”. Diventa difficile sfidare un messaggio a così alta diffusione (20 milioni)!

Un altro modo di far passare un messaggio al di sotto della soglia critica della coscienza, che si aggiunge alle implicature, ma che in un certo senso le richiama, è la sottolineatura di un termine o di una intera espressione mediante l’uso della voce, in particolare rallentando la velocità dell’eloquio, scandendo bene le parole, cambiando tonalità.

Possiamo ottenere lo stesso risultato ponendo in un certo ordine i termini che vogliamo far passare al di sotto del livello di vigilanza:

“Sto cercando delle scarpe da ginnastica non troppo costose”

“Le trovi da “SOLOSCARPE”

Nello scambio, riconosciamo un Topic, ovvero l’informazione già posseduta (scarpe da ginnastica non costose) e un Focus l’informazione nuova ”SOLOSCARPE”. Scambiando di posto i termini, però, è possibile mutare il ruolo di Topic e Focus:

“Da ”SOLOSCARPE” trovi proprio scarpe belle e dal prezzo accessibile”

Ora, “SOLOSCARPE” non è più in primo piano e assume il ruolo di Topic, mentre Il Focus è “scarpe belle e dal prezzo accessibile”.

Questa modalità di ordinare i termini si presta bene a far passare implicitamente in primo piano una certa informazione che interessa al comunicatore:

  • Il presidente del consiglio topic ha letto in televisione l’ultimo decreto focus
  • È stato proprio il presidente del consiglio focus a leggere personalmente l’ultimo decreto topic

 

Strategie di comunicazioni efficaci

Il tema trattato, in modo molto succinto, serve appena a dare un’idea delle strategie di comunicazione a cui si dedicano a tempo pieno spin doctor di tutte le specie. Se è vero che questi esperti sono molto richiesti e altrettanto ben pagati, vuol dire che noi siamo una merce particolarmente preziosa; assieme ai nostri numeri di telefono, le nostre preferenze d’acquisto, la nostra posizione topografica.

C’è un modo per opporsi, per contrastare questo liberticidio? Non un modo semplice e scontato; non un decalogo o roba del genere.

Occorre conoscenza, cultura, consapevolezza; occorre erigere una barriera tra chi vuole mantenerci nell'eterno stato di consumatori, piuttosto che di decisori di chi e cosa vogliamo essere, pensare, comprare. Mantenere alto il livello di vigilanza non significa diffidare del prossimo per principio, ma accrescere la nostra capacità di scegliere e di comprendere.

 

LUCIANO SPARATORE, ROMA 16 aprile 2020

©Riproduzione riservata 

  

 Piccola bibliografia ragionata

  1. Penco, Introduzione alla filosofia del linguaggio - Laterza, 2004
  2. Lycan, Filosofia del linguaggio, un’introduzione contemporanea - Raffaello Cortina Editore, 2000
  3. VV., Filosofia del linguaggio - Raffaello Cortina Editore, 2003
  4. Bertuccelli Papi, Che cos’è la pragmatica - Bompiani, 1993
  5. Simone, Fondamenti di linguistica - Laterza 1990-1994
  6. Lombardi Vallauri, La lingua disonesta - Il Mulino 2019
Luciano Sparatore

Il mental coach è, alla lettera, l’allenatore della mente, il consulente personale che ti spiana la strada verso il successo attraverso efficaci e sperimentate tecniche di cambiamento orientate a:

  • Rimuovere le convinzioni/ostacolo
  • Rinforzare le convinzioni vincenti
  • Incrementare l’autostima
  • Raggiungere l’autoefficacia

L’autoefficacia è la capacità di raggiungere gli obiettivi desiderati. Perché molte persone non ci riescono, rinunciano, addirittura neanche tentano? Perché l’autoefficacia non è una semplice dote personale che si possiede per fortuna genetica, ma è un sistema complesso di convinzioni vincenti centrate sulla consapevolezza del proprio valore e della propria competenza, unite alla tenacia necessaria a ripetere i tentativi falliti, ristrutturando i mezzi e/o gli obiettivi: tutte cose che si imparano, purché si abbia la fortuna, o la volontà, di incontrare chi ce le insegni.

L’autoefficacia non indebolisce il senso di realtà, sostituendo obiettivi reali e raggiungibili con sogni e fantasie, ma ci consente di accedere pienamente alle nostre risorse e di scoprire che siamo di gran lunga migliori di quanto credessimo.