Luciano Sparatore

Luciano Sparatore

Il mental coach è, alla lettera, l’allenatore della mente, il consulente personale che ti spiana la strada verso il successo attraverso efficaci e sperimentate tecniche di cambiamento orientate a:

  • Rimuovere le convinzioni/ostacolo
  • Rinforzare le convinzioni vincenti
  • Incrementare l’autostima
  • Raggiungere l’autoefficacia

L’autoefficacia è la capacità di raggiungere gli obiettivi desiderati. Perché molte persone non ci riescono, rinunciano, addirittura neanche tentano? Perché l’autoefficacia non è una semplice dote personale che si possiede per fortuna genetica, ma è un sistema complesso di convinzioni vincenti centrate sulla consapevolezza del proprio valore e della propria competenza, unite alla tenacia necessaria a ripetere i tentativi falliti, ristrutturando i mezzi e/o gli obiettivi: tutte cose che si imparano, purché si abbia la fortuna, o la volontà, di incontrare chi ce le insegni.

L’autoefficacia non indebolisce il senso di realtà, sostituendo obiettivi reali e raggiungibili con sogni e fantasie, ma ci consente di accedere pienamente alle nostre risorse e di scoprire che siamo di gran lunga migliori di quanto credessimo.

Come mental coach a Roma mi sono trovato a vivere in pieno l’emergenza coronavirus, e ora che piano piano si sta ritornando ad una vigile normalità, ad analizzare le principali sensazioni e gli stati d'animo che stiamo vivendo

 Il Coronavirus e le conseguenze comportamentali della quarantena

Cosa ci ha lasciato in eredità la pandemia?

  1. Il timore che possa ripresentarsi, cosa che molti esperti paventano;
  2. Il senso di fragilità;
  3. L’ansia;
  4. Il timore di non riuscire a governare gli eventi;
  5. La percezione di vivere in un mondo definitivamente diverso da quello conosciuto.

 

Per ora fermiamoci qui e procediamo con ordine. 

1) Timore che possa ripresentarsi: è un timore realistico? A sentire gli esperti, si direbbe di sì. Le misure di prevenzione e di controllo dell’infezione in Italia hanno funzionato molto bene, e al momento in cui scrivo, il tasso di contagio è molto basso. Ma non sappiamo cosa stia bollendo in pentola: il “liberi tutti” restituisce in parte al virus la capacità di diffondersi di nuovo, cosa che sapremo fra qualche tempo, quando sarà trascorso il periodo medio di incubazione. È assodato, però, che i nuovi contagi sono meno gravi, oltre che quantitativamente inferiori; e che i sanitari sanno curare meglio i pazienti.

Insomma, ne sappiamo di più e corriamo meno rischi di ammalarci seriamente. Sotto questo profilo possiamo riprendere a fare quello che facevamo, anche se con prudenza. Chi scrive, però, non si occupa di epidemie e non può dirvi più di quanto ogni sera ascoltiamo in tv; piuttosto è interessato professionalmente agli aspetti salienti che residuano da questa esperienza, ovvero

 

2) Senso di fragilità: si tratta di un’emozione negativa che, a partire dal contagio, ci porta a considerarci indifesi e alla mercé di eventi esterni imprevisti e imprevedibili: una sorta di presa di coscienza della finitezza umana. Questa rappresentazione, nuova per gran parte delle persone, genera

 

3) Ansia: l’ansia è uno stato psicofisico caratterizzato da modificazioni della normale fisiologia: accelerazione cardiaca, sudorazione, respirazione affannosa; e da sensazione di imminente pericolo, molto spesso senza che si possa individuarne il genere e la natura (ansia generalizzata). I sintomi fisiologici spesso mancano, lasciando il posto a quelli squisitamente psicologici. Una delle conseguenze dell’ansia è la perdita di lucidità e la ridotta capacità di problem solving. Si può sostenere, quindi, che l’ansia ha una capacità destrutturante sulla persona, tale da indurre quest’ultima a vivere dominata da un pensiero disturbante costante. Va da sé che uno stato ansioso induce il

 

4) Timore di non riuscire a governare gli eventi: normalmente, noi “facciamo accadere le cose” secondo i nostri programmi e i nostri desideri. Chiariamo subito che questo è vero quando ci troviamo ad affrontare le problematiche quotidiane, di lavoro e relazionali, che dipendono soprattutto da noi stessi, ovvero dalle nostre decisioni e dai nostri agiti.

Definiamo “autoefficacia” la capacità di far accadere gli eventi desiderati. Questa “skill” è variamente presente nelle persone; alcuni la posseggono in misura preponderante rispetto alla media: si tratta di soggetti vincenti, dotati di leadership, determinati e volitivi; altri ne posseggono dosi “omeopatiche”: quindi, sono influenzabili e insicuri.

Da cosa dipende tale variabilità? Principalmente dall’autostima. Una forte autostima poggia su alcune credenze positive su di sé, come quella di essere competente; di godere della stima degli altri; di “essere ok”: “non vorrei essere qualcun altro, vorrei essere me”. L’autoefficacia induce, e preserva nel tempo nella persona, la consapevolezza di farcela, non per caso o per fortuna, sol che si tenti una intrapresa.

Ovviamente, tutto questo si basa su prove confortanti dei successi ottenuti che rafforzano il circolo virtuoso autostima-autoefficacia. Appare chiaro, a questo punto, il divario che divide i soggetti autoefficaci da quelli che non lo sono. I primi sono in grado di determinare il tipo di mondo in cui vogliono vivere (al netto di quei mutamenti effettivi dell’ambiente esterno, sociale e naturale, sui quali nessuno potrebbe intervenire, se non con la magìa); gli altri si smarriscono coltivando

 

5) La percezione di vivere in un mondo definitivamente diverso da quello conosciuto: valuto questo argomento particolarmente delicato ed importante. Infatti, il mutamento del contesto ambientale e delle abitudini quotidiane (si pensi all’obbligo di indossare la mascherina, di tenere a distanza il prossimo; si pensi alle file che si formano fuori dagli esercizi commerciali; e a tutto ciò che caratterizza la vita quotidiana in tempi di coronavirus) rappresentano una “perdita” per le persone, del tutto simile ad una separazione da un affetto o ad un lutto. Si tratta di uno stato psicologico in grado di indurre, spesso, attacchi di panico.

Il mondo abituale è rassicurante, in quanto prevedibile, felicemente “scontato”; di più, ordinato.

Il mondo post pandemia è insicuro, sconosciuto, fuori controllo; “disordinato” nel senso di privo dell’ordine che conosciamo. Le persone, che se ne accorgano o meno, si impegnano a mettere ordine nel loro mondo, perché con questo operano una forma di controllo rassicurante. Il controllo è la consapevolezza di chi siamo, di dove siamo, di cosa potrebbe accadere. La probabilità che l’analisi di tale contesto ci restituisca un risultato atteso, è molto alta. Tutto ciò che ci sfugge, al contrario, è ansiogeno, senza confini, fluido (“liquido”, per dirla con Baumann).

 

Come il mental coaching può aiutarti nel mezzo di una pandemia di Coronavirus.

Come l’autoefficacia può influenzare positivamente il ritorno alla normalità? Innanzitutto, il soggetto autoefficace ha una forte consapevolezza di controllo, e questo di per sé risolve gran parte del problema; secondariamente, occorre distinguere la percezione dei fatti dalla realtà dei fatti. È pur vero che ciò che percepiamo coincide con la realtà, quando ci manchi la capacità di distinguere una situazione immaginata, o temuta, da una situazione reale. Il soggetto autoefficace, tuttavia, ha una lucidità e un controllo della situazione che gli conferiscono senso critico e grande capacità di problem solving.

Ne consegue una rapida “elaborazione del lutto” e una efficace programmazione del futuro, condizioni per “normalizzare” un mondo che altri giudica perduto per sempre. L’autoefficacia si apprende; si incrementa; si auto rafforza e induce il benessere.

Il mental coaching è l‘esperienza di maggiore impatto positivo sulla costruzione dell’autoefficacia. Scopri i miei servizi di coaching sia in ambito business che sportivo che ti possono aiutare ad eliminare le cause dello stress, equilibrare lavoro e vita privata e combattere la rabbia.

Se desideri maggiori informazioni, scrivimi sarò ben felice di leggere il tuo feedback.

Come comunicare in modo efficace: Messaggi dietro ai messaggi (parte 2)

 

Come il cervello processa le informazioni in entrata

Ora abbiamo il materiale, il “minimo sindacale”, per comprendere come un messaggio, conformato in un certo modo, sia in grado di portare informazioni diverse da quelle visibili in superficie. Occorre fare una breve, ma fondamentale, premessa. Noi usiamo, in modo automatico, un sistema personale[3] di credenze, o convinzioni; di valori; di criteri, ovvero di modalità secondo cui i nostri valori si realizzano, che utilizziamo come filtro[4] complesso per prendere decisioni, accettare la contiguità sociale e affettiva di certuni e rifiutare quella di altri; scegliere per chi votare alle elezioni; ed anche di far passare, o tenere fuori dal nostro sistema, informazioni coerenti con la nostra visione del mondo e della vita (la weltanschauung)[5].

Allorché ci raggiunge una certa informazione veicolata attraverso il linguaggio, il nostro sistema funge da guardiano, ovvero mette in atto una forma di vigilanza: se il messaggio è compatibile con la nostra weltanschauung, lo valutiamo, in attesa di includerlo o di scartarlo, altrimenti la teniamo fuori da noi.

L’attività cerebrale che consente questa selezione è di tipo analitico, quindi tipica dell’emisfero sinistro; e per quanto rapido possa essere il processo di selezione, non è immediato né contestuale con la ricezione del messaggio. La scoperta, di grande importanza, è che l’attività cerebrale connessa con la valutazione di un messaggio portatore di una informazione “nuova”, ovvero che non possediamo, si può misurare strumentalmente con la Risonanza Magnetica (RM) e con l’Elettroencefalografia (EEG)[6]. La prima evidenzia un aumentato afflusso di sangue verso certe aree cerebrali coinvolte nel processo; il secondo registra un’attività elettrica incrementata, a testimoniare che la nostra vigilanza è attiva.

Che accade, invece, se il messaggio in entrata ci è già noto? Accade che il nostro cervello lo processa con nonchalance, come si conviene con i buoni conoscenti e le persone di famiglia; la RM e l’EEG indicano che la circostanza è ordinaria, (nessun afflusso massivo di sangue, nessuna particolare attività elettrica), quindi il “guardiano” fa passare il messaggio; e magari saluta anche con deferenza. È quello che accade quando siamo destinatari di un certo messaggio il cui valore informativo sia affidato per intero ad una implicatura: se il messaggio non contiene un’informazione ma un’opinione personale trattata in modo implicito, questa non viene valutata come degna di controllo, proprio per il fatto che il modo implicito è una implicatura; e noi siamo automaticamente orientati a includere le implicature tra le espressioni linguistiche di cui condividiamo il senso con i nostri interlocutori, sulla base di un contratto etico e di una scelta razionale orientata all’economia di parole. Quindi, difficilmente sottoporremmo alla vigilanza del nostro sistema di conoscenze un messaggio del tipo

…la soluzione che il governo ha finalmente trovato per noi…

implicitamente presentata come positiva attraverso i buoni auspici dell’avverbio “finalmente” (convenzione linguistica, v. es. 2). Ciò non toglie che “la soluzione” possa essere giudicata ottima dalla maggioranza dei destinatari; ma il modo corretto, non influenzante, di inviare onestamente il messaggio sarebbe: “Il governo ha trovato la soluzione che ora vi riferisco, e di cui a breve verificheremo il gradimento dei destinatari”. Il problema è il modo, non il contenuto. Una informazione non è un giudizio sugli accadimenti, ma un report.

Chi invia messaggi di questo tipo suggerisce ai suoi interlocutori che l’informazione è già in loro possesso, è già nota, e non va ulteriormente valutata, quindi non occorre difendersi. Di modi di influenzare i destinatari di messaggi attraverso le implicature, la casistica della comunicazione pubblicitaria e politica è ricca in modo smisurato. Vorrei aggiungere, comunque, qualche altro esempio per rendere più chiaro quanto esposto, valutando anche qualche “alleato” delle implicature. Il valore dell’implicito è molto significativo, tanto che le implicature rendono accettabili apparenti violazioni delle massime di cui consta il Principio di Cooperazione. Per esempio:

“È costoso il ristorante in cui hai cenato ieri?

“Accidenti, ho dovuto fare un mutuo!”

Teoricamente, ci troviamo di fronte a una violazione della massima n. 3 (di pertinenza), ma l’implicatura, usata in modo ironico, è una metafora, e come tale viene accolta come fosse una risposta positiva: “sì, il ristorante era molto costoso”. In questo modo, si possono far passare molti messaggi “di contrabbando”, semplicemente fidando nel fatto che le implicature superano indisturbate la soglia critica del sistema di controllo degli interlocutori. Ancora qualche esempio:

La prima volta che ho assaggiato l’amaro X ho finalmente capito cosa occorre per digerire piacevolmente una bella cena”

 

L’espressione “la prima volta” implica che assaggiare l’amaro X è solo la prima di molte altre volte. Sembra molto difficile che, chi riceve questo messaggio, attivi il proprio senso critico pensando “e chi lo dice che ci sarebbero altre volte?”

“Sono qui per rammentarvi che quando il governo ha truffato 20 milioni di contribuenti con quel decreto, noi siamo scesi in piazza a protestare”

che contiene l’implicito “vi ricordo una cosa che già sapete, cioè che quel decreto è truffaldino; non solo, ma che siete parte di 20 milioni di persone”. Diventa difficile sfidare un messaggio a così alta diffusione (20 milioni)!

Un altro modo di far passare un messaggio al di sotto della soglia critica della coscienza, che si aggiunge alle implicature, ma che in un certo senso le richiama, è la sottolineatura di un termine o di una intera espressione mediante l’uso della voce, in particolare rallentando la velocità dell’eloquio, scandendo bene le parole, cambiando tonalità.

Possiamo ottenere lo stesso risultato ponendo in un certo ordine i termini che vogliamo far passare al di sotto del livello di vigilanza:

“Sto cercando delle scarpe da ginnastica non troppo costose”

“Le trovi da “SOLOSCARPE”

Nello scambio, riconosciamo un Topic, ovvero l’informazione già posseduta (scarpe da ginnastica non costose) e un Focus l’informazione nuova ”SOLOSCARPE”. Scambiando di posto i termini, però, è possibile mutare il ruolo di Topic e Focus:

“Da ”SOLOSCARPE” trovi proprio scarpe belle e dal prezzo accessibile”

Ora, “SOLOSCARPE” non è più in primo piano e assume il ruolo di Topic, mentre Il Focus è “scarpe belle e dal prezzo accessibile”.

Questa modalità di ordinare i termini si presta bene a far passare implicitamente in primo piano una certa informazione che interessa al comunicatore:

  • Il presidente del consiglio topic ha letto in televisione l’ultimo decreto focus
  • È stato proprio il presidente del consiglio focus a leggere personalmente l’ultimo decreto topic

 

Strategie di comunicazioni efficaci

Il tema trattato, in modo molto succinto, serve appena a dare un’idea delle strategie di comunicazione a cui si dedicano a tempo pieno spin doctor di tutte le specie. Se è vero che questi esperti sono molto richiesti e altrettanto ben pagati, vuol dire che noi siamo una merce particolarmente preziosa; assieme ai nostri numeri di telefono, le nostre preferenze d’acquisto, la nostra posizione topografica.

C’è un modo per opporsi, per contrastare questo liberticidio? Non un modo semplice e scontato; non un decalogo o roba del genere.

Occorre conoscenza, cultura, consapevolezza; occorre erigere una barriera tra chi vuole mantenerci nell'eterno stato di consumatori, piuttosto che di decisori di chi e cosa vogliamo essere, pensare, comprare. Mantenere alto il livello di vigilanza non significa diffidare del prossimo per principio, ma accrescere la nostra capacità di scegliere e di comprendere.

 

LUCIANO SPARATORE, ROMA 16 aprile 2020

©Riproduzione riservata 

  

 Piccola bibliografia ragionata

  1. Penco, Introduzione alla filosofia del linguaggio - Laterza, 2004
  2. Lycan, Filosofia del linguaggio, un’introduzione contemporanea - Raffaello Cortina Editore, 2000
  3. VV., Filosofia del linguaggio - Raffaello Cortina Editore, 2003
  4. Bertuccelli Papi, Che cos’è la pragmatica - Bompiani, 1993
  5. Simone, Fondamenti di linguistica - Laterza 1990-1994
  6. Lombardi Vallauri, La lingua disonesta - Il Mulino 2019

Come comunicare in modo efficace: Messaggi dietro ai messaggi

I^ PARTE

Nello scritto che segue mi propongo di suscitare un po’ di curiosità presso chi sia interessato alle tecniche di comunicazione orientate a convincere, piuttosto che semplicemente ad informare. Ritengo che questo tema sia della massima importanza nella nostra epoca e nel nostro emisfero, in cui la libertà sembra un valore acquisito definitivamente. Il problema è che la libertà “formale”, quella garantita dalle costituzioni occidentali, si discosta dalla libertà effettiva, consistente nel numero di scelte che abbiamo a disposizione, senza che gli inevitabili, e ineliminabili, condizionamenti socio-culturali a cui tutti noi siamo soggetti, ci impediscano perfino di comprendere che siamo condizionati. Male che va, potremmo conservare la libertà di decidere da chi… esserlo.

Quindi, nel ridotto spazio che ho a disposizione, vorrei parlarvi di come certi messaggi, soprattutto di natura pubblicitaria e politica (contesti diversi e marketing comune) influenzano le nostre decisioni, cambiano i nostri bisogni e i nostri desideri, e ci rendono come “Qualcuno” vuole che siamo. Si capisce bene che l’intenzione di chi scrive è attivare o risvegliare la coscienza del lettore perché si possa difendere dall’intrusione.

 

Presupposti teorici

In particolare, dirò che il nostro tema, nel mare vasto e profondo della linguistica, si colloca nella Pragmatica. Questa studia l’uso del linguaggio in relazione alla comunicazione, dato che il linguaggio è una capacità, esclusivamente umana, non necessariamente esibita nella sola funzione comunicativa; il linguaggio si può (anzi, non si può fare a meno di) usare per pensare o per scrivere. Osserviamo che, nello studio del linguaggio, l’identità del parlante, il contesto in cui questi si esprime, e quant’altro di situazionale e soggettivo si voglia considerare, non vengono presi in considerazione; mentre la pragmatica si occupa proprio di questo: comprendere come la lingua funziona nei processi comunicativi tenendo conto della natura di chi parla e di chi ascolta.

Per questo, la pragmatica prende anche in considerazione la comunicazione non verbale (comportamento, atteggiamento, espressioni del viso, postura) e quella paraverbale (tono della voce, aspetti fonetici dei messaggi), modalità portatrici di significati dal grande valore informativo. Nell’ambito della pragmatica siamo interessati, per i nostri scopi, al Principio di Cooperazione: “Conforma il tuo contributo conversazionale a quanto è richiesto dall’intento comune, nel momento in cui avviene”[1]. Il Principio, è composto da quattro “massime”:

  1. Quantità: dai un contributo tanto informativo quanto richiesto (non di più!)
  2. Qualità: non dire ciò che ritieni falso o ciò per cui non hai prove adeguate
  3. Relazione: sii pertinente
  4. Modo: sii perspicuo (evita oscurità e ambiguità)

 

Si comprende che le “massime” fanno parte di un più generale processo di socializzazione[2] delle persone, impegnate a collaborare allo scopo di raggiungere i propri obiettivi nel rispetto di quelli altrui. Quindi, normalmente, ciascuno si aspetta che gli altri si comportino (e comunichino) in modo adeguato a non creare ostacoli. Per questo, al Principio di Cooperazione fa riscontro il Principio di Carità o di Benevolenza, secondo cui chi ascolta deve impegnarsi a comprendere ciò che l’altro dice, secondo il buon senso, gli usi correnti e le regole non scritte che entrambi conoscono.

Se interpretassimo un messaggio in modo rigorosamente letterale, perderebbero senso le metafore, i sottintesi, i significati affidati al non verbale, come nell’esempio che segue

“Sai che ore sono?”

“Certo che lo so!”.

Una prima conclusione di quanto si è detto è che nella produzione/comprensione dei messaggi c’è un aspetto largamente dipendente dalla fiducia che reciprocamente, e automaticamente, ciascuno nutre nell’interlocutore. Tale valore significante, nel Principio di Cooperazione, è denominato implicatura: una deduzione che un ascoltatore opera riguardo alle parole dell’interlocutore, tenendo in massimo conto del contesto in cui queste vengono pronunciate, oltreché delle convenzioni linguistiche. Ad es.,

“è povero ma onesto”

affida alla particella avversativa “ma”, in quanto convenzione linguistica, l’implicatura che i poveri difficilmente sono onesti; ancora, un ragazzo rivolgendosi al fratello

“Che c’è questa sera per cena?

 “la mamma ha cucinato l’arrosto”.

In questo caso, l’implicatura riguarda il contesto: “la mamma” è evidentemente la madre di entrambi; e nessuno chiederebbe “la mamma di chi?”. Insomma, cooperare vuol dire far di tutto per comprendere quel che intendono dirci, più che quel che ci dicono, altrimenti una risposta come quella dell’esempio 1) verrebbe giudicata corretta più che surreale. Il fatto che le massime siano espresse sotto forma di prescrizione non significa che queste rappresentino regole da applicare (tanto più che la maggior parte delle persone spesso le viola), piuttosto che, chi si applica a comprendere il significato di un discorso, presuppone che il parlante le stia rispettando, altrimenti il suo sforzo cooperativo andrebbe perduto.

In altri termini, pur essendo tutti noi consapevoli che la menzogna, la prolissità, le informazioni false, ecc. sono largamente praticate, nel momento in cui ci sforziamo di comprendere il discorso di un nostro interlocutore, siamo costretti a dare per scontato che egli osservi le massime per metterci in condizioni di comprenderlo, anche se, di principio, non nutrissimo alcuna fiducia nella buona fede del prossimo. Quindi, applicare il principio di cooperazione è un atto razionale prima ancora che etico.

LUCIANO SPARATORE, ROMA 16 aprile 2020

©Riproduzione riservata

Sabato, 14 Dicembre 2019 12:12

Autoefficacia e Coaching

Cos’è l’autoefficacia?

La denominazione nasce da uno studio ventennale di A. Bandura, uno dei massimi autori viventi di Psicologia.

La definizione più appropriata di autoefficacia è “la capacità di produrre gli eventi desiderati”, definita anche come “agentività”. Tale capacità dipende da un atteggiamento “proattivo” piuttosto che semplicemente “reattivo”. La reattività comporta una semplice risposta dell’individuo ai cambiamenti dell’ambiente naturale e sociale, di natura adattativa; la proattività, invece, implica una ristrutturazione dell’ambiente da parte del soggetto, dove questi produce gli effetti desiderati invece di limitarsi a subirli. A sua volta, l’atteggiamento proattivo è frutto di convinzioni funzionali riguardo alle proprie capacità e al proprio livello di competenza.

La capacità di evoluzione della persona, secondo la teoria,  parte dalla considerazione che tutti gli individui hanno, potenzialmente, pari opportunità di raggiungere il successo, quest’ultimo inteso non come un obiettivo posto da una qualche norma esterna, ma come il raggiungimento di ciò che realmente e liberamente vogliamo dalla vita (in tal senso, anche un clochard si potrà dire soddisfatto, se questo è realmente quel che vuole).

L’aspetto innovativo sta nell’enfasi posta sulla scarsa/elevata autoefficacia personale come sistema di convinzioni, dove queste ultime non sono altro che assunti su ciò che ciascuno di noi giudica vero/falso, possibile/impossibile, realizzabile/irrealizzabile. Poiché una convinzione del tipo vero/falso attorno alle nostre capacità e agli ostacoli che percepiamo è talvolta centrata ma più spesso distorta, ne consegue che il senso di autoefficacia dipende dalla correttezza di quella convinzione.

L’autoefficacia determina in larga misura la crescita personale (empowerment) e si costruisce a partire dall’autostima, da un buon grado di tolleranza alla frustrazione e dalla determinazione nel ripetere i tentativi falliti volti a conseguire il successo, ristrutturando il metodo o gli scopi personali.

Tale complesso di abilità non è un dato genetico, ma è una variabile dipendente dall’apprendimento, soprattutto ad opera dell’ambiente sociale, in grado di determinare destini vincenti o copioni perdenti. Anche se non sempre ce ne avvediamo, una convinzione (o credenza) è inevitabilmente fatta di linguaggio, cosicché l’analisi di una convinzione implica la  ristrutturazione linguistica delle credenze/ostacolo e il rafforzamento delle credenze funzionali. Si tratta di un viaggio affascinante nel linguaggio come sistema personale “implicito” di riferimento, dove l’uso di espressioni, apparentemente banali e comunemente usate dai più, nasconde spesso una inattesa nocività.

 

 

 

 

Sabato, 14 Dicembre 2019 12:05

Autostima e comunicazione efficace

Cos’è l’autostima? “Un giudizio di valore su di sé”. È, questa, la più sintetica definizione del termine. L’autostima riguarda, innanzitutto, il riconoscimento del proprio valore e la valutazione realistica dei propri limiti; di seguito, la capacità di prendersi cura di sé; infine, la consapevolezza dei propri diritti e la fiducia nel proprio operato e nelle proprie competenze.

Una persona che gode di stima di sé ha alte probabilità di raggiungere un buon grado di benessere personale (sta bene con se stessa) e di costruire soddisfacenti relazioni sociali (sta bene con gli altri e questi stanno bene con lei).

Inoltre, l’autostima favorisce il successo nella vita, nel significato che ciascuno di noi vorrà attribuire liberamente a questo termine, o, al contrario, prepara scenari di infelicità e di fallimento. L’autostima è collegata, in fondo, con l’autonomia personale, perché se ci sentiamo svalutati siamo disposti ad assumere gli altri come modello, a prescindere da quanto tale riferimento sia sensato (si parla, in tal caso di “alienazione”, ovvero del diventare qualcosa di “alieno” o diverso da noi stessi).

In tal modo, la nostra esperienza di vita diviene irrilevante, la dimostrazione di come non si dovrebbe essere. C’è un semplice test a cui possiamo sottoporci: chiediamoci chi vorremmo essere, se non fossimo noi stessi. Le persone dotate di autostima vorrebbero essere coloro che sono, così come sono. Non si tratta di presunzione, perché tale valutazione implica l’accettazione dei propri difetti ma anche la considerazione che nessuno ne è privo. Le persone dotate di bassa autostima, invece, vorrebbero essere qualcun altro.

Qui, il discorso si farebbe lungo e complesso, perché tutti hanno un qualche modello di riferimento a cui tendere, e nel desiderare di essere altro da noi gioca un ruolo fondamentale la cultura del successo come obiettivo materiale (possedere oggetti e denaro) e immateriale (essere visibili, essere famosi, avere potere), entrambi di discutibile spessore etico. Desiderare di possedere i pregi di qualcun altro, quindi, non è censurabile se il modello che assumiamo è eccellente e se questa aspirazione è sostenuta dall’autonomia di giudizio e da un retroterra culturale “sano”.

Lo è, invece, quando l’individuo è  disposto ad adottare un riferimento qualunque, anche di bassa qualità, perché il suo bisogno fondamentale è quello di salvarsi, di sopravvivere, non di crescere e di progredire. Si può osservare che le convinzioni che sostengono la percezione di noi stessi costituiscono uno schema complesso, che finisce per includere i concetti di assertività (capacità di affermare liberamente i propri sentimenti di fronte agli altri e di rappresentare i propri diritti, senza creare conflitti) e di autoefficacia (capacità di far accadere gli eventi desiderati).

Da dove origina il giudizio che una persona dà di se stessa? Innanzitutto, dall’esperienza precoce con le figure di attaccamento, in particolare con la madre: se quest’ultima favorisce un corretto attaccamento da parte del piccolo (non ansioso ma orientato all’esplorazione del mondo), questi acquisterà sicurezza e intraprendenza (“so cavarmela da solo perché sono bravo”).

Poi, sono importanti i messaggi, verbali e non verbali, che i genitori inviano, spesso inconsapevolmente, ai figli: “non vali niente” e simili. Infine, completano il quadro il riconoscimento e l’omologazione sociale come conferma del nostro valore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La comunicazione assertiva

Dopo esserci occupati dei concetti di autostima e di autoefficacia, dedichiamo qualche osservazione a quell’atteggiamento della persona che si definisce “assertività”, perché  il rapporto tra queste tre categorie è molto stretto, come vedremo in seguito.

L’assertività consiste nella capacità di una persona di esprimere liberamente i propri sentimenti e le proprie emozioni di fronte agli altri, nonché di rappresentare i propri diritti, senza creare conflitti. Tale condizione differenzia l’atteggiamento aggressivo da quello assertivo. Occorre chiarire subito che l’essere aggressivo, passivo o assertivo non costituisce certo una scelta; piuttosto si tratta di un vissuto interno, di una gamma di sentimenti che hanno a che fare con il modo in cui un soggetto si pone di fronte agli altri, frutto di una storia personale che inizia nella prima infanzia.

Ciascuno di noi costruisce alcuni importanti riferimenti in base ai quali sceglie, decide e, soprattutto, costruisce per sé un certo modello del mondo.

Un soggetto passivo soffre di sentimenti d’inferiorità, si ritiene meno valido del prossimo e poco degno di stima. In particolare, non si percepisce come titolare di diritti, tanto meno quelli di esprimere pubblicamente emozioni e sentimenti, cosa che gli procura disagio più che soddisfazione. Quindi, possiamo definire il passivo come “etero referenziale”, in altri termini come colui che, provando sentimenti di dipendenza, colloca presso gli altri i propri riferimenti (ha un locus of control esterno) mettendo in atto una sorta di alienazione.

Al contrario, un soggetto aggressivo, che può mostrare apertamente il proprio atteggiamento o mascherarlo con il sarcasmo o altre forme di svalutazione, è indebitamente auto-referenziale ed ego centrato: prova sentimenti di superiorità e non pone attenzione a dire apertamente ciò che pensa del prossimo, alla presenza di quest’ultimo, contrabbandando la svalutazione per sincerità e le critiche più severe e ingiustificate per “analisi”. Un soggetto assertivo ha un pregiudizio positivo sul prossimo, nel senso che quest’ultimo è degno di stima fino a prova contraria; esprime liberamente emozioni e sentimenti, moderando giudizi e opinioni; risolve problemi, è ragionevole e non conflittuale.

Il passivo e l’aggressivo sono, per opposti motivi, problem maker; l’assertivo è un problem solver. Se recuperiamo i concetti di autostima e autoefficacia,  scopriamo facilmente in che modo queste sono collegate con la dimensione passività-aggressività-assertività. Alla base del sistema si pone l’autostima: quando eccessiva e mal riposta, questa diviene il serbatoio di convinzioni di superiorità; quando insufficiente, comporta un obbligato percorso verso la passività e la dipendenza. In entrambi i casi, produce l’inefficacia relazionale.

Quando sia solida e ben riposta, l’autostima genera assertività e autoefficacia.

 

I fondamenti per aumentare le performance mentali

Indipendentemente da dove ti trovi nel percorso di miglioramento delle tue prestazioni, non devi mai smettere di alimentare il tuo processo di miglioramento e di apprendimento.

Devi mantenere e alimentare la tua curiosità e puntare sempre a nuove sfide e nuovi traguardi. Questo processo diventa sempre più difficile man mano che avanzi "di livello" da principiante ad esperto.

Non smettere mai di sperimentare e di valutare nuovi modi per "migliorarti".

 

 

Abbraccia la sfida

Raggiungere l'eccellenza è difficile e si presenta sotto forma di ripetute battute d'arresto e delusioni. Aspettati che il viaggio sia impegnativo e lascia che gli ostacoli alimentino il tuo fuoco.

Non permettere che le difficoltà ti impediscano di progredire a lungo termine. Tieni sempre a mente le tue motivazione e i tuoi obiettivi per cui vale la pena impegnarsi per massimizzare il tuo potenziale.

Credi sempre nelle tue potenzialità quando le cose si fanno difficili e tieni a mente i tuoi progressi e successi passati, non smettere di credere in te stesso.

 

Controlla solo ciò che è controllabile

Spesso ci lasciamo prendere dal tentativo di controllare cose che non sono direttamente sotto il nostro controllo, impedendoci di prestare piena attenzione alle cose che abbiamo il potere di controllare.

Devi allenarti per controllare la tua attenzione e sviluppare una strategia mentale per concentrarti solo su ciò che conta.

Impara a gestire i pensieri e i sentimenti istintivi che sfuggono al tuo controllo senza lasciare che distraggano la tua attenzione.

Usa comportamenti propositivi e crea una routine di performance ripetibile. Usa le sensazioni di pressione, ansia e paura a tuo vantaggio.

 

Competi in modo efficace

Il pensiero eccessivo è uno degli ostacoli più comuni a prestazioni efficaci. Il passato, il futuro, ciò che pensano gli altri, vincere, perdere, statistiche, sono tutte distrazioni.

Scopri una o due cose che ti sono più utili su cui concentrarti nel momento in cui giochi. Impara ad avere fiducia nel tuo corpo e nelle tue capacità.

Sintonizzati completamente sulla lettura e sulla reazione al gioco in questo momento. Goditi il ​​brivido della competizione e non smettere mai di combattere per spingere il gioco a tuo favore.